Leggete e scartate

Una delle cose che più mi affascinano della scrittura in rete è che per ogni buona regola ci sono sempre un sacco di creative ed efficaci eccezioni. È vero anche della scrittura tout court, tanto che il bel libro Italiano: lo stile di Stefano Birattari conclude ogni capitolo con L'altra campana, dedicata proprio a queste illustri eccezioni.
Tornando alla scrittura in rete, prendiamo i link. In genere è bene non stiparne troppi in un testo, sia per non saturarlo di segnali visivi, sia per non far fermare e inciampare il nostro lettore, che non dovrebbe prendere decisioni su dove andare a ogni riga. Anche le ricerche più recenti sulla lettura e sul carico cognitivo di cui ci sobbarchiamo davanti allo schermo ci invitano a essere parsimoniosi e a preferire i link fuori o accanto al testo rispetto a quelli interni.
Invece gli aggiornamenti settimanali di Nuovo e Utile sono pieni zeppi di link. Le paroline arancioni ammiccano praticamente in ogni riga. Molte sono misteriose e se non ci clicchi su non saprai mai dove ti portano, né chi sono quei signori e signore che non hai mai sentito nominare.
Eppure, tra il lunedì e il martedì, io aspetto quegli aggiornamenti come cioccolatini da scartare e addentare subito.
Cioccolatini, appunto. Il segreto è prima di tutto nella misura: il testo non supera mai le 15 righe. Le leggi al volo, e subito dopo ti accingi all'esplorazione.
Poi nell'equilibrio tra la densità delle informazioni e dei ragionamenti, l'inconfondibile tono di voce dell'autrice e la sintassi semplice e scorrevole.
Infine nel ripieno, che è pura sorpresa. Quei link, alla faccia della retorica della partenza e dell'arrivo, ti trasportano verso contenuti che non ti aspetti e che soprattutto mai scoveresti da solo.
Questa settimana si parla di imitazione. Scartate il cioccolatino: io ci ho trovato due testi che non conoscevo di Tullio De Mauro e Umberto Eco, e un video esilarante.
Tra virgolette
Oggi la mia lezione alla Writing School della Luiss verteva sulla formattazione del testo in rete: capoversi, stili del carattere, font, valore degli spazi. Prepararla è stata l'occasione per rifare il punto anche per me e rimettere a fuoco alcune cose.
Una di queste è l'uso delle virgolette, che in rete (ma anche fuori) andrebbero usate il meno possibile e solo quando servono davvero, cioè in pochissimi casi che stringi stringi sono il discorso diretto, la citazione e l'uso particolare (allusivo, ironico, traslato) di una parola o di un'espressione. Per la lettura sullo schermo, meno piccoli segni si mettono, meglio è.
Invece mi sono accorta che ultimamente in tanti lavori di editing non faccio altro che togliere virgolette. Mi sono chiesta perché e mi sono anche data la risposta: siccome l'uso corretto degli stili del carattere (grassetto, corsivo, sottolineato, maiuscolo, maiuscoletto) è quasi sempre avvolto nel mistero, si ricorre alle virgolette per "staccare" qualsiasi cosa. Per evidenziare, per nominare un prodotto, per citare un articolo, per il titolo di un convegno o di un seminario, per una parola straniera, per un programma aziendale... ovunque si addicono piuttosto grassetto o corsivo.
Un'altra abitudine dilagante nella scrittura delle organizzazioni è quella di iperformattare: una parola va in corsivo, ma anche tra virgolette e, se è importante, magari pure in grassetto.
In realtà le regole di base sono piuttosto semplici e sono in tutte la grammatiche di base e nei manuali di stile. Sono pure sul Mestiere di scrivere e in altri siti.
In un'azienda o in un'aula universitaria basta dirle una volta e nessuno le scorda più. Non solo: è anche un tema che piace sempre molto e suscita un sacco di domande e curiosità. Credo proprio perché è un affascinante terreno sconosciuto che sarebbe bene esplorare a scuola, fin da piccoli, senza dover attendere l'università e oltre.
PS Dopo aver scritto di getto questo post, sono andata a fare un ripassino sul Manuale di Stile Zanichelli, la cui attenzione al dettaglio mi cattura sempre. Sì, possiamo anche usare le virgolette per il titolo di una poesia o di un racconto, purché parti di un'opera più vasta, citata in corsivo. Insomma la novella "Lumie di Sicilia", dalle Novelle per un anno di Luigi Pirandello. Oppure "A Silvia", dai Canti di Giacomo Leopardi.
Un link è un link
"Venite, carini, tutti intorno a me" disse il designer ai link. E i piccoli link lo circondarono subito, felici e pieni di aspettative.
"Ho una notizia buona e una cattiva" disse il designer.
"Prima la notizia." cinguettarono i piccoli link.
"Bene, la buona notizia è che pensiamo voi siate link molto speciali e proprio perché siete così speciali abbiamo deciso di chiamarvi Quick Link." disse il designer.
"Quick Link!" esclamarono all'unisono. Poi cadde il silenzio e si udì una vocina:
"Maestro designer, allora gli altri sono Slow Link?"
"Be', no," rispose il designer. "È che voi siete speciali."
"E qual è la cattiva notizia, maestro designer?" chiese un altro link.
"La cattiva notizia ..." e il designer fece una pausa. "La cattiva notizia è che vi mettiamo nella colonna di destra."
"La colonna di destra!!" esclamarono pieni di orrore. Seguì un lungo silenzio.
"Cattivo maestro designer," disse una vocina arrabbiata.
"Sì, cattivo maestro designer," disse un altro. "Nessuno guarda la colonna di destra."
"Ma voi siete Quick Link! Siete speciali." disse il designer mentre i link si preparavano ad attaccare.
Finisce con questa storiella la newsletter odierna di Gerry McGovern dedicata ai link di navigazione: How to create clear web navigation menus.
Oltre all'invito a bandire i Quick Link, ecco gli altri consigli:
Il modo della speranza
Forse sono troppo ottimista (o troppo pessimista: dipende dalla prospettiva), ma non credo che vivrò abbastanza per partecipare ai funerali del congiuntivo. Anche nel beneaugurato caso in cui dovessi raggiungere o superare la soglia dei cent’anni – cosa di cui purtroppo dubito – ho ragione di credere che il congiuntivo mi sopravviverà, e sopravviverà anche a tutti coloro che guardano alla sua scomparsa come al presagio inequivocabile dell’apocalisse finale.
Catastrofi ben più spaventose attendono, nei prossimi decenni, me, i miei figli e i figli dei miei figli: la liquefazione dei ghiacci eterni, la moria delle api, il dietrofront della corrente del Golfo e un import-export di terrorismo e democrazia sempre più ipocrita e spregiudicato. Ma il congiuntivo no. Il congiuntivo non teme il cambio climatico né il mutare degli equilibri politici mondiali. Il congiuntivo guarda al futuro con grande fiducia e ancor maggiori speranze. Non a caso il verbo "sperare" regge proprio il congiuntivo.
Comincia così il pezzo di Andrea De Benedetti, autore di Val più la pratica, che apre dossier dedicato al congiuntivo sul sito della Treccani: Al funerale del congiuntivo?. Gli altri articoli sono di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, autori di Viva il congiuntivo!
Alto investimento, alte aspettative
Mi riallaccio all'ultimo post e vi segnalo un pezzo sugli ebook gratuiti come strumento di marketing: Free-download publications are a great way to attract attention. Strumento prezioso, ma sul quale si concentrano aspettative molto alte. Non basta prendere un testo che già abbiamo, salvarlo in pdf e metterlo in rete. O centellinare il testo lungo tante pagine per dare il senso di un lavoro corposo.
Per suscitare interesse e innescare il passaparola in rete, il nostro ebook dovrà essere scritto, organizzato e presentato in modo altamente professionale: tema originale o trattato in modo originale, ricchezza di contenuti, ottima grafica, zero refusi. Il fatto che venga regalato non è una scusa per investirci poco tempo e attenzione. Il nostro lettore dovrà pensare: "Lo regalano? Non ci posso credere... è troppo bello!"
Il lavoro di Stibbe dell'ultimo post ne è un esempio. Un altro è questo:

La settimana inizia con un regalo

Il regalo ce lo fa Matthew Stibbe, bravissimo business writer londinese. Seguo il suo blog Bad Language da anni e ci trovo sempre cose interessanti.
Convinto evidentemente anche lui che per il proprio personal branding non c'è investimento migliore che condividere quello che si sa e farlo sapere a più persone possibili, Stibbe ha fatto veramente le cose in grande.
Buona settimana e buona lettura a tutti.
Un uomo di poche parole (scritte)

Nancy Duarte recensisce nel suo ultimo post il libro di Carmine Gallo The presentation secrets of Steve Jobs.
Nessuno quanto il presidente di Apple è riuscito a fare del lancio di un prodotto quasi una forma d'arte.
Nelle sue slide Jobs di parole ne mette proprio pochine, ma è noto quanto quelle poche parole siano scelte, limate, riconsiderate e poi "declamate" con cura ossessiva. Quando si indicano a esempio le presentazioni di Jobs tante persone fanno spallucce e dicono che sì, le presentazioni con le slide rarefatte sono bellissime ma improponibili "nel nostro contesto".
Ovvio che non se ne può riproporre lo stile tout court - ognuno ha il suo stile di presentazione, e le slide devono rifletterlo -, ma io sono convinta che siano invece dense di lezioni per migliorare di molto anche le nostre presentazioni di tutti i giorni quando dobbiamo raccontare un progetto al capo, una nuova idea ai colleghi, un prodotto a un cliente.
Di queste lezioni è fatto il libro di Gallo, che ha analizzato le presentazioni e lo stile di Jobs nei minimi dettagli.
La Duarte ne presenta parecchi gustosi assaggi e così l'articolo di Businessweek che linka dal post. Vi trovate anche un video, ma soprattutto un bellissimo slideshow in cui a ognuna delle quindici immagini corrisponde una lezione da applicare. Eccole, in sintesi:
Una presentazione efficace è a suo modo uno spettacolo.
Prima di mettere mano al powerpoint, studiarne l'andamento, immaginare la struttura, scegliere le immagini, le metafore, le parole chiave.
Puntate sui vantaggi di un prodotto, un progetto, un'idea.
A nessuno interessa come siamo stati bravi, ma solo come possiamo aiutarli a migliorare la propria vita.
Non vendete prodotti, vendete sogni.
Spingete l'immaginazione oltre il prodotto e raccontate quello che si vede.
Scrivete frasi e titoli non più lunghi di un tweet.
140 battute bastano per posizionare un prodotto. Tutto il resto lo racconta l'oratore.
Trovatevi un antagonista.
In ogni buona storia, l'eroe ne ha sempre uno. Apple ha avuto prima IBM, poi Microsoft.
Delineate il percorso all'inizio della presentazione.
Al suo rientro lo scorso settembre, Jobs ha esordito così: "Oggi vi parlerò di tre prodotti: iPhones, iTunes, and iPods".
Sulle slide combinate parole e immagini.
Immagini forti e semplici. Poche parole: Jobs ne usa al massimo dieci.
Ogni dieci minuti, cambiate ritmo.
Anche con l'oratore più brillante, l'attenzione cala dopo dieci minuti. Introducete un video, un dato eclatante, invitate qualcuno a parlare con voi.
Esaltate i numeri.
Non annegate in una slide densa di testo i numeri più significativi. Tirateli fuori, grandi, anche soli in una slide.
Usate un linguaggio semplice e diretto.
Non parlate come una brochure, usate le parole con cui parlate tutti i giorni, anche con piccole eccentricità tutte vostre.
Condividete il palcoscenico.
Lasciate la parola anche a vostri collaboratori o a chi presenta con un altro punto di vista.
Fatevi aiutare dagli oggetti.
Nel 1984, Jobs si presentò con una sacca nera, tirò fuori il Macintosh, poi un dischetto, lo inserì e se ne andò mentre il computer prendeva vita.
Preparate un piccolo colpo di scena.
Sarà il momento che tutti ricorderanno. Il MacBook Air è uscito da una busta per posta interna: quale modo migliore per mostrarne la sottigliezza?
Provare, tante volte.
La naturalezza di Jobs è frutto di mille prove. Ogni slide è scritta con cura, ogni presentazione è una esperienza teatrale.
Vestitevi bene.
I jeansacci scoloriti e il maglione nero se li può permettere solo Jobs. Voi non siete ancora a quel punto.
Un'ultima cosa: divertitevi.
Non c'è modo migliore per appassionare chi vi ascolta.
PS Quando avrò letto il libro, saprò dirvi di più.
Comunicati stampa: aggiornamento
Da sempre la pagina più acceduta del Mestiere di scrivere è quella dedicata al comunicato stampa, a firma di Mariella Governo e Alessandro Lucchini.
Dopo il quaderno di Mariella, che fa il punto sul comunicato stampa oggi, dopo quindici anni di web, i due autori hanno rivisto anche la loro vecchia ma sempre interessante pagina di quasi dieci anni fa. Ora la trovate aggiornata, con esempi recentissimi.
PS Dopo il mio post dedicato ai curricula, che ha suscitato un bel vespaio, leggetevi il ben più pacato articolo dedicato allo stesso tema sul sito di Mariella.
Parola di diamanti
La sezione Lingua italiana sul sito della Treccani dedica un articolo interessante alla prosa di Ilvo Diamanti. La prosa frantumata, fatta di microfrasi.
"Stop-and-go" la chiama l'autore dell'articolo, "mal di mare" l'ha definita una mia allieva in un laboratorio di scrittura.
Quale linguista non ha detto la sua in questi anni, da Luca Serianni a Bice Mortara Garavelli? L'articolo cita tutti i punti di vista, compreso quello del diretto interessato, che difende il suo stile ma soprattutto la piena consapevolezza con cui scrive.
A me la scrittura di Diamanti non piace sempre. Per il senso di monotonia e anche perché in quelle frasi di tre o quattro parole ci vedo compiacimento oltre a consapevolezza. Ma per piglio e lucidità la preferisco comunque alla sciatteria dilagante di tanta scrittura giornalistica.
Il giro del mondo in cento taccuini
See the world one drawing at a time è la splendida tagline di Urban Sketchers, blog collettivo cui contribuiscono 100 artisti che da tutto il mondo disegnano giorno per giorno le città in cui vivono, lavorano e viaggiano.
Per chi, come me, la mattina accende insieme il pc e il fornello sotto la macchinetta del caffé affacciarsi su Urban Sketchers è uno dei modi più piacevoli di cominciare a mettere il naso fuori casa.
Quando i link sono troppi
I link sono l'essenza del web, la "moneta dell'economia dei new media". Eppure è uno dei terreni su cui è più difficile avere e dare delle buone indicazioni.
Linkare all'interno del testo? Linkare alla fine in una sezione "approfondimenti"? E quanto? E poi quanto devono essere lunghi i link? Quali parole usare?
Io mi regolo sempre diversamente a seconda dei testi e il mio parametro è che un link deve essere un servizio, ma mai un inciampo alla lettura.
Il Guardian di ieri segnala un articolo in uscita sul prossimo numero di Wired che punta il dito sull'eccesso di link nei siti di informazione.
L'autore è Nick Bilton, specialista di interfacce al New York Times, in aspettativa perché sta scrivendo un libro dedicato alla frammentazione dei contenuti nel web, alle nuove narrazioni che questi frammenti ricostruiscono, agli impatti sul nostro modo di leggere e apprendere (Bite. Snack. Meal. The new business of storytelling).
Non saranno ormai troppi questi link? si chiede Bilton, che analizza il numero di link e di parole linkate sulle maggiori testate del mondo anglosassone. In media, le loro home page hanno 450 link. Dieci anni fa erano solo 12.
La sua infografica fa veramente venire le vertigini: in alcuni casi i testi dei link sono un quarto del testo complessivo.
La link economy funziona se con i link offri qualcosa che arricchisce l'esperienza della lettura, ma link random a testi random sperando che qualcuno ci clicchi su è fare un torto al consumatore è la conclusione di Bilton.
Lo scultore e il vento
Alexander Calder era un omone. Le fotografie che Ugo Mulas gli scattò negli anni sessanta
ce lo mostrano intento al lavoro negli immensi spazi del suo laboratorio con grandi lastre metalliche davanti e rotoloni di fil di ferro agganciati al braccio, oppure mentre monta un'opera in piena campagna insieme agli operai o in una pausa con un fiasco di vino davanti.
Un artigiano dall'inizio alla fine, che in pochi anni con stupore e allegria è riuscito a rivoluzionare la scultura così come la conoscevamo da millenni. Il segno invece del volume. Il colore invece del monocromo. Il movimento invece dell'immobilità.
Era qualche decennio che gli artisti provavano a rompere i confini della scultura: Degas con le sue ballerine in cui l'aria sembra modellare il bronzo, Medardo Rosso con
la morbidezza della cera, Boccioni con le sue forme uniche nella continuità dello spazio, e soprattutto Picasso, che componeva le sculture con quello che trovava.
L'omone prende le mosse proprio dalla leggerezza di Picasso, ma il grande balzo verso le sculture che si muovono insieme al vento lo fa tutto da solo.
Era cresciuto in una famiglia creativa, con il padre scultore e la madre pittrice, che lo avevano incoraggiato a costruirsi i giocattoli con materiali poveri e la forza
dell'immaginazione.
A soli undici anni in occasione del Natale del 1922 crea un piccolo capolavoro, Dog and Duck, un cane e un'anatra fatti di una sottile sfoglia di ottone piegata. Continua con il filo di ferro: nascono un zoo, una galleria di ritratti, un intero circo. Un unico filo per sculture di aria.
L'aria è il grande collaboratore di Calder, il più fidato. Presto la leggerezza di quel filo non gli basterà più e comincerà ad appenderci frutti, stelle, pesci, palle di neve, foglie, tralci, fiori e i mille dettagli di una natura reinventata. A quel punto basta una brezza, un refolino per far muovere l'intero albero, che
cambia continuamente forma e proietta il suo teatro di ombre contro la parete che c'è dietro. Per chi ci gira intorno, uno spettacolo che non finisce più.
Stamattina, mentre giravo intorno ai mobile di Calder (fu il dadaista Duchamps a battezzarli così) nel Palazzo delle Esposizioni di Roma mi sembravano le versioni aeree dei giardini incantati di Klee.
Anche lo svizzero aveva reinventato la natura e fuso in nuove creature flora, fauna e minerali, ma lo aveva fatto in quadri minuscoli, come esperimenti d'avanguardia portati a termine in cantina. L'americano disseppellisce tutto, lo porta alla luce, lo fa grande grande e cantare a squarciagola. I suoi spazi sono i giardini, gli orizzonti della campagna francese, le piazze cittadine. Nel 1962 montò il suo immenso Teodelapio in pieno centro di Spoleto: architettura
o sogno di un grande animale preistorico piombato tra noi? Gli artisti e i critici italiani non si fecero troppe domande, si innamorarono perdutamente di lui.
Ci si innamora anche in questa ricchissima mostra romana, da cui non andresti più via. Perché documenta l'intera opera di Calder attraverso disegni, sculture e gioielli che difficilmente si trovano riprodotti sui libri.
Perché è un mondo intero, dove ti ritrovi di fronte all'essenza delle cose, come il ritmo di un tralcio di vite, una grande lenticchia di bronzo, un pesce con tutti i colori dell'acquario più bello che si possa immaginare.
Perché quel mondo cambia in continuazione, e fiori e foglie sussurrano un inno alla vita e alla bellezza del momento presente.
E infine, perché le fotografie di Ugo Mulas sono una mostra nella mostra, uno sguardo che a ogni foto rende più acuto il nostro.

La mostra di Alexander Calder al Palazzo delle Esposizioni di Roma >>
Calder su Wikipedia >>
Calder Foundation >>
Calder al MOMA >>
Un altro quaderno
Compenso la rarefazione dei post dell'ultima settimana con il quaderno annunciato: Web writing, post dal blog.
Buona lettura e buon fine settimana.
Venice Sessions
Credo che valga la pena di ascoltare almeno alcuni interventi delle Venice Sessions. Per quanto mi riguarda, comincio con David Weinberger e Alessandro Baricco.
PS Scorrendo l'intera rassegna degli oratori mi sono trovata inaspettatamente davanti una parata di maschi, così mi sono messa a contare i generi con santa pazienza: su 87, 15 donne.
Gli elenchi di internet
A proposito di elenchi, il Guardian racconta così i 40 anni di internet:
La prima email
Il primo virus
La prima community online
Il primo emoticon
Il primo gioco multiplayer
Il primo motori di ricerca
Il primo browser
La prima webcam
Il primo blog
Il primo cybercafe
La prima vendita su eBay
La prima voce di Wikepedia
Il primo social network
Il primo fallimento di dotcom
Il primo video di YouTube
Ma anche anno per anno, in un album da sfogliare.
Uno, due, tre, quattro...
Lo scrivevo nel post qui sotto: gli elenchi mi sono sempre piaciuti, soprattutto per il rigore cui ti costringono.
Anche se nella scrittura di impresa oggi se ne abusa (penso a quel monotono elenco che sono diventate le slide, ma anche a siti come Copyblogger, che fanno venire la nausea da elenco), la lista è tra i generi testuali più fascinosi.
Così domenica pomeriggio in una libreria bolognese ho sfogliato con voluttà le pagine di Vertigine della lista, l'ultimo libro di Umberto Eco: liste in tutte le salse, soprattutto in salsa figurativa, dagli inventari ai teatri della memoria, dalle camere delle meraviglie alle accumulazioni delle gallerie seicentesche e oltre.
Ho provato molta invidia per chi si potrà godere almeno qualcosa del ricco programma sulle liste che il Louvre ha allestito per i prossimi due mesi con la consulenza del professor Eco.
Possiamo consolarci con la cartella stampa, un brano dal libro, o con la famosa lista sulla scrittura tradotta dal nostro scherzoso professore.
La cosa buffa è che tornando in treno verso Roma ho aperto Internazionale di due settimane fa e mi sono ritrovata un articolo di Paul Graham sullo stesso tema, ma dalla parte di chi scrive: L'elenco di n cose ovvero "il cheeseburger della saggistica", come lo definisce l'autore.
Perché gli elenchi piacciono tanto agli autori, ai lettori e ai direttori? Quando ci aiutano e quando ci ostacolano? Le risposte in italiano su Internazionale del 9/15 ottobre, quelle in inglese sul sito di Paul Graham.
Escribir para la web
Il webmaster del Mestiere potrà darmi una mano solo tra qualche giorno, quindi mi rassegno al temporaneo disordine, evito di mettere l'odioso cartello Lavori in corso e continuo a postare senza immagini. Fa lo stesso.
Grazie al blog Writing for the web di Crawford Kilian (è suo il primissimo libro di scrittura per il web, uscito dieci anni fa) ho scoperto oggi il libro Cómo escribir para la web, di Guillermo Franco, giornalista del colombiano El Tiempo. Potete scaricarlo online in spagnolo e portoghese.
Ne avevo già sentito parlare molto bene su Poynter.org, ma tutto mi aspettavo fuorché di poter scaricare gratis tutte le sue 219 pagine.
È un libro terribilmente nielseniano, che ammette come unico modello la piramide rovesciata. Chi mi conosce un po' sa quanto apprezzi tanti altri modelli (dagli elenchi allo storytelling, dalle faq alle mappe), però devo dire che il libro di Franco è preciso, ricchissimo di esempi e molto utile per i siti di giornalismo e di servizio.
Non sarà in italiano, ma lo si legge bene anche senza aver frequentato l'Instituto Cervantes.
(Temporaneo) disordine
Da ieri è online il nuovo Mestiere di scrivere. Nuovo soprattutto per me, perché finalmente lo posso modificare e aggiornare facilmente.
Per voi è quasi tutto come prima, però ora potete cercare (e spero trovare) quello che vi interessa con la funzione di ricerca e stampare i testi senza tutta la grafica appresso.
Naturalmente i traslochi hanno qualche strascico, e così è anche per il mio: nella home c'è più di un aggiustamento da fare, nella pagina Scrivi pure e non sono ancora riuscita a recuperare le ultime immagini di questo blog.
Ho preferito pubblicare tutto lo stesso, così ora sono costretta a sistemare alla svelta. I contenuti - e questa è la cosa più importante - ci sono tutti.
Sono pronti anche un paio di nuovi post e il quaderno con i post dedicati al web writing. Li pubblico appena metto in ordine.
Grazie a tutti per la pazienza :-)
Un post che dovevo proprio scrivere
Questo post ce l'ho in testa da un po', stimolato dai tanti, troppi, messaggi che ricevo da parte di giovani che cercano invano lavoro nel campo della scrittura e della comunicazione e anche da un articolo scritto il mese scorso da Paola Mastrocola sulla Stampa: L'innocenza perduta dei giovani precari.
La Mastrocola ha solo pochi anni più di me, apparteniamo quindi alla stessa generazione, siamo entrambe laureate in lettere e in diverso modo ci guadagnamo da vivere con le parole. Nel suo articolo oppone la tristezza e la rassegnazione di molti giovani disoccupati e precari intellettuali di oggi alla baldanza e all'ottimismo di noi precari degli anni settanta e ottanta.
Ci ho riflettuto molto negli ultimi tempi, perché anche io ricevo email di grande tristezza e in alcuni casi quasi di disperazione. Non posso fare nulla, ovviamente, se non esprimere empatia e comprensione. Qualche anno fa ho pure scritto una lettera aperta agli aspiranti scrittori professionali. Forse la leggono, ma poi mi scrivono lo stesso... e io purtroppo non ho ricette segrete o consigli che mi tengo stretti per dispensarli solo a qualcuno.
Non so se la Mastrocola sia troppo romantica nel ricordare i suoi anni di precariato ardimentoso e spensierato, ma ha ragione soprattutto su una cosa: trovare lavoro nel campo della comunicazione è sempre stato molto difficile, anche per noi che eravamo tanti di meno. Io ho passato i miei quattro anni di Lettere nella piena consapevolezza che forse avrei fatto qualche altra cosa per vivere, perché i concorsi nei beni culturali non si facevano da anni e per anni dopo la mia laurea non si sono fatti.
Una volta laureata, ho fatto il giro delle direzioni comunicazione delle grandi aziende parastatali romane. Ne sono sempre uscita con un sacco di complimenti per il mio curriculum e... un pezzo di carta (giuro!) con l'organigramma interno e il partito e la corrente vicino a ogni nome. Così era più facile arrivarci, mi dicevano convinti di avermi fatto un gran favore. Non c'era da disperarsi? E infatti io spesso mi disperavo.
Però non c'era ancora internet, con tutte le sue opportunità ma anche con le sue false illusioni.
Qualche tempo fa un ragazzo mi ha scritto di non farcela più a stare dietro a un pc a mandare curricula.
Ecco, quello che la mia generazione non ha potuto fare era proprio starsene dietro a un pc. Molti di noi - anche le persone timidissime come me - sono state costrette a uscire allo scoperto, a chiedere, a bussare, a presentarsi. Non ho mai mandato un curriculum a una direzione del personale, ho sempre chiamato prima per chiedere chi fosse la persona giusta e poi era a quella persona che scrivevo. E poi magari telefonavo anche.
Non ho mai dato la mia disponibilità a scrivere e a collaborare senza mandare un pezzo, un articolo, una bozza di progetto. Non ti potevi nascondere dietro i master. Potevi solo presentare i tuoi testi o le tue idee. Qualcuno non mi ha mai risposto, ma parecchi sì.
Non voglio fare la vecchia zia - e per questo ho esitato tanto prima di scrivere questo post -, però forse ogni tanto bisognerebbe almeno provare a fare come se internet non ci fosse. E avere il coraggio di andare a bussare direttamente a qualche porta. Sono convinta che in mezzo a tanta virtualità, faccia, grinta, personalità e idee contino anche più di prima.
Oppure su internet starci e viverci davvero. Per realizzare le nostre idee direttamente senza chiedere niente a nessuno, studiare e selezionare bene le organizzazioni e le persone cui rivolgersi, intercettare i bisogni nuovi. Ci capiterà così anche di trovare annunci e proposte interessanti. Sono pochi, ma ci sono.
Marco Montemagno, fondatore di Blogosfere e autore di Reporter Diffuso su Sky TG24, poco tempo fa cercava un collaboratore su Twitter, mentre Cristiano Callegari, alias Zio Burp, ha appena postato questo lungo annuncio su Linkedin:
In Ambito5 c’è aperta una posizione di stage di 6 mesi, sede di lavoro Milano.
Si tratta di lavorare sui social network, per questo cerchiamo una persona che già “abiti” dentro la rete.
Per intenderci: se ti devo spiegare cosa è Twitter o FriendFeed, abbi pazienza ma a ‘sto giro non me lo mandare il cv.
Ora chiudo gli occhi e provo a immaginarti, futuro-a stagista.
I have a dream, insomma: lo stagista dei miei sogni.
Diamo per scontato che tu sappia usare un pc e la posta elettronica, che tu sappia scrivere in italiano corretto e che anzi scrivere ti piaccia, possibilmente parecchio. Diamo per scontato anche che tu sia una persona web2.0: che ama stare in rete, curiosare, comunicare, condividere.
Ti immaginiamo aperto di mente, curioso di indole, versatile, onnivoro culturalmente, dinamico, pronto a farsi (o rifarsi) un po’ di gavetta. Sì perché qui si lavora duro. Ma si impara parecchio. E spesso ci si diverte pure.
Torniamo a noi, stagista dei miei sogni.
Se te la cavi con l’inglese e smanetti anche con la tecnologia, beh tanto meglio: ti troveremo più cose da fare!
A proposito, già: di cosa ti occuperai ad Ambito5?
Di tante cose che se vivi in rete, probabimente fai già tutti i santi giorni. Con la differenza che qui le farai con un account e una voce non tue, ma di un’azienda: leggere i blog, scrivere un blog (o due o tre), twittare, fare amicizia su Facebook, seguire le conversazioni su FriendFeed, "favare" foto su Flickr, taggare video su youtube, scandagliare la rete in cerca dei blogger più adatti per un evento (una sfilata di moda, la prima della Scala, un rave party) e molto altro ancora.
Ebbene, più assomigli a questo sogno, più non tardare oltre: manda il tuo cv a info@ambito5.com
Come vedete, anche chi cerca un collaboratore ci si impegna a fondo, pur di trovare quello giusto.
Questa volta l'ho fatta proprio lunga. Mi fermo qui.
Does the brain like e-books?
Il passaggio massiccio dalla lettura sulla carta a quella sugli schermi dà molto da pensare a linguisti e scienziati. Come cambia la lettura? Il nostro cervello si adatta o è disorientato? Riusciremo a coniugare la ricchezza offerta dagli ipertesti con quello che Proust chiamava "il cuore della lettura", cioè la capacità di andare oltre le parole dell'autore per esplorare il profondo di noi stessi?
La questione naturalmente interessa molto anche a chi per gli schermi scrive.
Ieri il New York Times ha fatto un giro di pareri: Does the brain like e-books?




Rss